How does it feel?

Questo è il primo numero del nuovo corso del Bile, la rivista a cui la satira sta stretta. Verso la fine a nome di Dermelezev c’è un mio racconto. Dermelezev sono io. Prehcè le proale srictte csoì si capsinoco ugalue. Fsroe.

 

 

Questo che segue è invece il racconto vero e proprio, ma non com’è uscito nella rivista, bensì con un paio di minuscole differenze, frutto di cambiamenti successivi all’ultimo momento. Vediamo se qualcuno le scopre. S’intitola proprio “How does it feel?”…

 

 

-Presidente! Presidente!? Si sente bene?

-Si si, ho fatto solo un brutto sogno. 

 

Erano i giorni della Fiducia. Vi ricordate? Come quale?! Una qualsiasi. Il Presidente si era svegliato come al solito di buon’ora, ma stavolta non era particolarmente pimpante. Strano, pensò fra sé, normalmente questi momenti lo galvanizzavano. Anche perché giusto il giorno prima erano state pagate le ultime rate dei vari mutui pendenti dei suoi eletti dipendenti. Insomma, era abbastanza sicuro di farcela. Ma questa volta quel abbastanza non sembrava bastare veramente e riduceva il suo valore ogni secondo, come un buono del tesoro poliennale. Aveva paura. Il suo futuro era incerto. Si rese conto, per la prima volta, di essere un Presidente precario.

 

Il suo contratto con gli italiani veniva ormai rimesso in discussione sempre più spesso. Prima un anno, poi sei mesi, ora praticamente una volta al mese. E così ogni volta doveva dimostrare di essere ancora in grado di guidare il paese, di mantenere le spese dei parlamentari debosciati, di insabbiare la corruzione dei suoi collaboratori, di annichilire l’opposizione, di comprargli qualche voto, di fare gli interessi delle sue aziende e di saper tirare fuori dal proprio cilindro un altro sogno, un altro slogan, un’altra massima che avrebbe alimentato le bocche affamante dei fan e le battute satiriche da lì a tre mesi. 

 

Ma non ce la faceva più. La sua mente vulcanica era stanca. Cosa aveva fatto negli ultimi anni? Festini, orgie, droghe. Aveva cercato la dissoluzione più totale. Evidentemente invano. E ora, improvvisamente, si trovava davanti al tribunale delle conseguenze. Per prima cosa, la Borsa. Gli investitori sarebbero fuggiti dai suoi titoli come aquilani durante il terremoto. Il titolo sarebbe crollato, e a ridere stavolta ci sarebbe stata solo la concorrenza. Poi il partito. Sfaldato dalla sconfitta, ognuno avrebbe cercato fino all’ultimo di accaparrarsi il proprio pezzo di cadavere, come inviati di cronaca nera. Il caos. E poi lui. Senza appoggi e senza leggi, si sarebbe trovato solo in balìa della giustizia, come un qualsiasi tossicodipendente. Gli passò per la testa una scena in cui dei poliziotti lo pestavano per ore, poi cadeva dalle scale. E alla fine di tutto, anche se fosse stato rilasciato, sarebbe rimasto con un pugno di mosche in mano, come il cadavere di un bambino libico.

 

Ma questo non doveva accadere. E allora che fare? Si sarebbe potuto dare dichiaratamente e finalmente alla criminalità. Da latitante, nascosto in una delle sue ville, l’unica rimasta dopo le aste fallimentari, avrebbe potuto gestire un traffico di droga, un giro di prostitute, armi, obbligazioni, organi, scommesse, animali esotici, bambini… qualsiasi cosa. Un nuovo inizio! Certo, bisogna vedere se uno dei clan avrebbe accettato di lavorare con uno come lui. Decise allora di preparare il suo curriculum.

 

Lo mandò un po’ in giro, cercando un lavoro qualsiasi. Ma niente. Controllava compulsivamente la sua casella di posta. Quando qualcuno si degnava di rispondergli era sempre una cosa tipo: “Lei è molto preparato, ma è troppo vecchio.” Inutile infoltirsi ulteriormente i capelli, non funzionava come le folle sugli opuscoli con Photoshop. “Troppo vecchio.” 

 

Le aveva provate tutte: capobastone, gran maestro, amministratore sanitario, direttore di filiale, colonnello, vescovo, aveva perfino pensato di ritornare in politica con un nuovo partito, ma si era accorto che ormai tutte le sue idee migliori erano state già copiate da un comico che voleva fare il Presidente della Repubblica.

 

Non gli rimaneva che una cosa da fare: cercare un impiego fuori dall’Italia. Usa, Russia, Libia, Spagna, Francia, Afghanistan, Iraq… si chiedeva se alla sua età potesse partecipare a uno di quei progetti di borse di studio per l’inserimento lavorativo all’estero. Un Erasmus, un Leonardo. Avrebbe partecipato volentieri anche a uno scambio di Intercultura. Ma niente. Era troppo vecchio anche per quello. Era stressato, e anche la protesi peniena stava dando segni di cedimento. Fermo restando che diventato un pezzente nessuna donna gli si sarebbe mai più avvicinata. Sentiva la rovina salirgli su per le gambe. Aveva poco tempo. 

 

E così, dopo che tutto andò come doveva andare, si è ritrovato lì, sotto un ponte di Roma, d’inverno, in una gelida notte di pioggia. Ricoperto di stracci, sporco, a dividere un pasto raccolto dall’organico con i ratti e un brick di tavernello con amici e nemici immaginari. Beveva a ripetizione quel vino acido, ma senza l’assoluzione dell’ubriachezza né la prescrizione dell’oblio. Biascicando sputazzava lapilli di sconfitta, come un patetico drago ipotetico. Si sentiva dolorante, vecchio. Sì, anche lui si era arreso all’evidenza. In quell’istante gli apparve la visione di un pubblicitario che gli disse: “Usa il Forza!” 

 

Sentì montare un recondito orgoglio. Si alzò, barcollava ma si reggeva, provò a impettirsi, d’istinto si mise leggermente sulle punte dei piedi. Il suo volto, paonazzo per lo sforzo, era costellato di croste lerce e ghiacciate a fargli da cerone. Venne preso da un tremito, un grido sgozzato, poi diede un sospiro. E con voce roca da transessuale cominciò: “C’erano un americano, un francese, e una tedesca…” Non riuscì a continuare. Lo prese un malore. Si piegò, si contorse, finalmente era la morte, pensò, forse. La tensione del dubbio gli allentò ogni sfintere. Si scaldò delle proprie evacuazioni. Era la fine. Era la fine per il…

 

-Papi! Papi!? Ti senti bene?

-Si si, ho fatto solo un brutto sogno.

-Dormivi?

-Si, scusami cara, ma sai, è che le leggende di Antigua me le hai già raccontate mille volte. E poi dopo aver scopato lo sai che mi viene sonno. Sono troppo vecchio ormai.

 

La ragazza era in piedi, completamente nuda davanti al letto sul quale Papi era sdraiato, figa come il regalo di un dio del coito. Fino a un attimo prima stava interpretando i personaggi di una storia di pirati e sirene come se ne sentono molte in quell’isola caraibica, inserendoci di tanto in tanto battute sul sesso per tenergli alta l’attenzione. Evidentemente invano. 

 

Voleva a tutti i costi impressionare quell’anziano riccastro in buen retiro, temeva che lui la scegliesse per le sue labbra da privilegi della casta, per le natiche da fuoricorso di sociologia, o per le bocce promettenti meno tasse per tutti. Anche perché queste cose tutte le ragazze che gli giravano intorno più o meno avevano. Se fosse stato per quello, prima o poi avrebbe scelto un’altra. Ma la capacità d’intrattenerlo con dei racconti, quella l’aveva solo lei. O almeno lo pensava.

 

E mentre lui si riassopiva nell’incuria come una crollabonda rovina latina, gli occhi della ragazza si velarono di una lacrima evasa che nessuno scudo fiscale ripulirà mai. Venne allora presa da un tremito, un grido sgozzato, poi diede un sospiro. Voleva di nuovo convincersi di saper raccontare quelle favole, altrimenti si sarebbe trovata presto ai margini dell’harem. Doveva, se voleva continuare a vivere in un sogno. Quello di Silvio Berlusconi.

 

 

Fine

Demerzelev

How does it feel?ultima modifica: 2011-10-19T11:49:00+00:00da demerzelev
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