Meglio cardi che mais

In questo nuovo anno mostro qualcosa di vecchio, di dimenticato, come quel gioco di parole nel titolo: il terzo numero di Bile, la rivista con cui ho collaborato. C’è un mio racconto, parla di un affondamento. Tranquilli, non c’è nessuno Schettino, nessun De Falco. Ci sono i pesci. 
 
 
Come al solito, qui sotto vi lascio la versione uncutted del racconto, che titola…

De Profundis

 

Quelli che vennero la chiamarono Atlantide, ma la sostanza in cui sprofondò il Paese non era certo la leggenda. 

Tutto cominciò all’improvviso, anche se molti anziani e qualche folle cominciarono da molto prima ad avvisare l’arrivo del disastro. Vennero sedati con la speranza, ansiolitici, cronaca nera e gattini.

Anche alcuni giovani si accorsero di ciò che stava per accadere. Ma prima che i canti suadenti delle labbra peniche delle deputate li portassero a schiantarsi sugli scogli imbottiti dei loro salotti, abbandonarono il paese. Come unico ricordo della loro terra portarono un carillon triband, su cui era inciso un motivetto estrapolato da una canzone dei White Stripes.

Li chiamarono cervelli in fuga, ma non tutte le loro menti riuscirono a raggiungere le rive desiderate. Molti infatti vennero dichiarati dispersi durante le perigliose navigazioni solitarie. Alcuni pescatori dicono infatti di aver visto con i propri occhi i loro spiriti pubblicare status radical chick nei pressi delle correnti dei social network.

Altri ancora presagirono il funesto evento interpretando le interiora di alcune specie prese a campione. Il fegato degli operai, la milza degli insegnanti, lo stomaco dei poliziotti, i polmoni delle partite iva, il cuore dei pastori, il pancreas dei commercianti… le viscere vennero analizzate attentamente dagli auruspici e dagli statistici. I responsi espressi in grafici a torta furono pessimi.

Ma nonostante questi segnali la catastrofe raggiunse il Paese trovandolo impreparato. Non furono le onde di chissà quale tsunami da record a provocarla, nessuna spettacolare massa d’acqua da rivedere in maniera ossessiva nei telegiornali mentre distrugge qualcosa di lontano. No, il Paese non venne toccato dal sublime quando, in maniera inesorabile e semplice, la terra si defilò. Da quel momento il rendimento dei suoi buoni decennali si misurò con la scala Richter.

Allora la globalità liquida sopraffece ogni cosa, trovandola sprofondata sotto il proprio livello. Il tutto comunque avvenne in maniera lenta, annunciata, considerata, discussa, documentata, sindacalizzata, legiferata, protestata, condivisa. Il Paese venne sommerso e si fece sommergere nello stesso fatale movimento, dopo il quale tutto si ritrovò ad essere semplicemente inabissato. E se prima la superficie era qualcosa su cui camminare con disattenzione, salvo non calpestare i senzatetto e il popolo viola, in quel momento divenne cielo, sede di ogni sogno, mistico aldilà di una respirazione ultracquea.

Tutto venne a mano a mano sommerso. Per prima cosa il lavoro, poi il commercio in senso lato, e perfino il profitto. Ogni spiritualità ovviamente discendeva la stessa china, così la cultura, la memoria, le arti, i mass media. Poi le istituzioni, le chiese, i sindacati, le burocrazie, le associazioni di categoria, le caste, le comunità, le famiglie, i centri sociali, i forum, i fanclub dell’ortofrutta. Seguirono le convenzioni, i collegamenti, i simboli, le parole, le immagini, le faccine. Fino all’individuo, la singola persona, la singola idea, il singolo momento, la singola relazione, l’onanismo. Tutto precipitò sul fondo, lontano da quel cielo sempre più full hd, sempre più all led.

Ma ci fu anche chi da questo ne trasse vantaggio. In un Paese ormai subacqueo, ridotto a relitto, l’unica giurisdizione riconosciuta era la legge dell’abisso, al punto da diventare parte del metabolismo ormai mutato degli esseri che subumani ancora vivevano. Piovre, squali e meduse, lontani dall’essere esclusivamente protagonisti di fiction, film e documentari più famosi che potenti, si presentarono puntuali e prepotenti nel loro habitat naturale, amministratori e vessatori di un popolo di pseudo snorky.

Non fu facile abituarsi alla vita sottomarina, ma dopo un po’ di tempo già si potevano notare dei curiosi fenomeni evoluzionistici. Specie nelle nuove generazioni, cominciarono ad apparire dei mutamenti genetici adattivi: branchie, pinne, tentacoli, squame… pur di sopravvivere in quell’ambiente ostile gli esseri umani svilupparono ogni tipo di upgrade, risultando via via sempre più performanti, flessibili, multitasking e all’occorrenza indignati, violenti e attention whores. Ogni nuova versione dell’umano veniva annunciata dagli opinion leader del mondo liquido ai loro followers con entusiasmo e/o sarcasmo. 

Altri, forse i più refrattari ad un cambiamento biologico, elaborarono una differente strategia di sopravvivenza. Più che un’alternativa alla tragedia, una tragica alternativa. Tumulati di tecnologia e materiali sintetici si costruirono un telaio da palombaro ad atmosfera protetta. Si muovevano lenti e accorti attraverso il fluido, respirando a intervalli rigidamente regolari la loro bolla di felicità ad aria compressa. Per minimizzare gli sprechi, il nutrimento veniva tratto direttamente da ciò che veniva secreto. Le provviste in eccesso venivano conservate in appositi silos. Al di fuori, contemporaneo e innegabile, l’intenso silenzio.

Ovviamente per qualcuno era troppo. Molti si suicidarono attaccandosi a bombole d’inchiostro, altri con un’iniezione di ipnotossina, altri ancora ingoiando una dose eccessiva di perle. Il numero complessivo comunque non era preoccupante e in generale le morti si susseguivano come prima. Solo il rito dell’estremo saluto era cambiato. I corpi non venivano più seppelliti. Il funerale si svolgeva con la salma sospesa a un metro dal fondo. Rimaneva così per un giorno. Poi le veniva insufflato ossigeno nei polmoni che assieme ai gas di decomposizione la faceva decollare nell’acqua come una cadaverico palloncino. I cari del defunto lo potevano così veder ascendere, letteralmente, shuttle della sua anima. Almeno così citavano i testi sacri opportunamente modificati dopo lo sprofondamento.

Non più semplicemente peninsulato, nemmeno isolato, il Paese era diventato un residuo fisso, una precipitazione inerte. Solo i documentari marini realizzati dagli altri Paesi poterono continuare a raccontarlo. Fu proprio allora, forse per esigenze di posizionamento del prodotto, che scelsero di ribattezzarlo Atlantide, quando nella terza fascia serale di una domenica estera scorrevano le immagini: dal loggiato di un anfiteatro millenario, ormai impero di coralli, occhieggia un pesce lanterna, mentre alcuni metri sopra, pinneggiando, sorvola capitolina una chimera striata di blu.  

Fine 

Meglio cardi che maisultima modifica: 2012-01-30T14:04:00+00:00da demerzelev
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